“Buon vento e mare calmo!”

Team TRI, dicembre 2019.

Camorino, dicembre 2019 – Mi ritrovo, oggi a fine del 2019, a scrivere un mio pensiero da condividere in questo “nostro spazio social” dopo gli ultimi giorni “in corsa” di lavoro alla Labor prima delle vacanze natalizie.  Ora, prendendomi il tempo giusto, quello del riposo e della riflessione, ho rivisto e riletto ogni vostro pensiero a partire da quelli del “mio team TRI”, degli altri team (e che dire del videomessaggio!) fino verso l’alto della Direzione. Non nascondo che mi sono lasciato prendere dall’emozione e dalla commozione e “con un occhio che piange e l’altro che ride” ho visto passare questi quasi sette anni di vita e di lavoro alla Labor Transfer.

Sono giunto alla Labor “in punta di piedi” (così mi diceva il mio TL nel maggio del 2013), che è sempre stato quel mio modo di agire, di ascoltare, capire e apprendere prima ancora di portare il mio punto di vista, le mie riflessioni e contenuti sia professionali che personali.

È stato per me, confrontato con un altro tipo di esperienza che mi ha provato duramente, un ripartire e un risalire capendo da subito dello spessore e della professionalità cui potevo contare nella quotidianità. Quel confronto professionale e umano che ci fa crescere reciprocamente in questo settore assai delicato di “sostegno” alle persone in transizione di carriera. Solo per questo dovrei già ringraziare molti di voi!

Certo, ci sono stati anche confronti critici, momenti di delusione, di qualche “boccone amaro” ma ogni volta, se penso agli ultimi tre anni di conduzione del Team TRI, mi è bastato incrociare i vostri volti, ascoltare i vostri bisogni e sapere di poter sempre contare “sulla squadra” in primis e sull’ascolto della Direzione. Ho sempre pensato che, quando si guida un gruppo, ogni tanto bisogna fermarsi, fare un passo indietro se necessario e aspettare che tutti ti raggiungano. Quel far sentire tutti partecipi con le proprie forze e con le proprie risorse.

Se penso da un punto di vista di “Chronos”, sono stati anni che mi hanno fatto vivere il cambiamento (interno ed esterno), di molti colleghi/e che hanno lasciato e di altri che sono arrivati, di progetti e di necessità di “pensare all’innovazione” nel settore formativo per essere sempre con quel passo avanti, di anticipare il mercato del lavoro e le esigenze dei committenti.

Sono stati anni di scommesse di contenuti, di passione nell’erogare formazione e di momenti conviviali trascorsi insieme. Momenti informali che ci hanno permesso di trascorre del tempo insieme e poter ridere di cuore su episodi, aneddoti d’aula e di gaffe fatte. Un tempo giusto che è di spessore, di opportunità di relazionarsi e di consolidare l’appartenenza ad un team e ad un’azienda. Quel tempo, appunto, del “Kairòs”.

Ed è proprio quel tempo che oggi mi porta a cogliere un’opportunità e un cambiamento che non è preso a cuor leggero, soprattutto perché lascio sapendo di aver svolto fino in fondo il mio compito con rispetto e professionalità con altri professionisti, perché in fondo siamo “persone normali che fanno cose speciali”.

"Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare" (Seneca)

Salpo dal porto sicuro della Labor e, parafrasando Seneca sul suo “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”, mi ritrovo invece a scrutare l’orizzonte per navigare verso altre mete nel “mondo formativo” con spirito pieno di curiosità per cogliere altre sfide.

In questo viaggio, sono sicuro che le nostre rotte si incroceranno e, come qualcuno di voi ha scritto, certamente nel “Kairòs” che è quel tempo fatto di spessore e di valore.

Con questo mio pensiero, ringrazio ognuno di voi e come dicono i marinai “buon vento e mare calmo” per continuare questo nostro viaggio professionale e personale.

Grazie colleghe/i del Team TRI, grazie Labor, arrivederci!

Paolo Vendola
Team Leader TRILabor Transfer, Camorino

Benvenuti!

Benvenuti sul mio Blog. Saranno presenti una rassegna di articoli apparsi su diverse testate giornalistiche, buona lettura!

“La vera meta è il viaggio” (cit.)

Manuela, il team e il dilemma del porcospino.

Umbria, aprile 2019 – Sono a scrivere oggi, da qualche parte in Umbria vicino al Lago Trasimeno e dopo che un piccolo branco di cinghiali (composto da 4 adulti di cui due „bestioni“ in avanscoperta , e poi una dozzina di piccoli a seguire) ci ha attraversato la strada al rientro nella nostra struttura situata su un colle, in piena campagna. Anche qui, potente esempio di come anche un Team deve passare dal curare e prendersi cura di uno dell‘altro, perché se si è in squadra, si va’ nella stessa direzione, si vince!

Fuori dal tran tran quotidiano, e in fase riflessiva mi permetto di soffermarmi sulla partenza di una già collega e poi collaboratrice del team TRI: Manuela.
Ho conosciuto Manuela, quando faceva parte del Team 1 del TRIS, ed io entravo, nel 2013, a far parte del Team 2, due team distinti ma che poi svolgevano lo stesso lavoro di supporto a quelle centinaia di persone che, in una loro fase di transizione di carriera, cercavano „sostegno“ (ricordate la lettera „S“ di TRIS?) al loro ricollocamento nel mondo del lavoro. Poi ci siamo ritrovati in un unico team a portare avanti lo stesso progetto, per circa un anno, e poi nella sua nuova veste operativa a partire dal 2016 fino a quando mi sono ritrovato a gestire un team composto da 11 persone, tra cui Manuela.

Qui mi soffermo per ricordare il sorriso di Manuela, il suo stare nel team e per il team, a condividere i suoi stati d‘animo, ma anche una grande professionalità. Quando c‘era da „tirare il carretto“ (ricordo le fasi concitate di chiusura del bando nell‘aprile 2018) non si è tirata indietro a rimettere mani nella documentazione, nei piani lezione e supportarmi nel controllo generale prima di consegnare il tutto alla Direzione per l’imbastitura finale. Un crescere all‘interno di un team fatto anche di confronti „poco ortodossi“ o momenti di stress che generano tensione anche verso altri colleghi della nostra azienda, ma sempre nel rispetto dei ruoli, nel riconoscere i passi falsi e con un tornare al principio di una costruttiva relazione tra pari. Il suo sguardo attento verso i colleghi del team mi ha permesso anche di riprendere le misure e l’ascolto delle difficoltà del singolo quando mi sentivo e/o ero immerso nell’operatività e non trovavo spazio o il tempo per sentire gli stati d’animo all’interno del team. Sapere che c‘è chi può contribuire a „sentire la temperatura“ all‘interno di un gruppo lo ritengo valore importante per far crescere un team che divide una grande parte del proprio tempo sul posto di lavoro.
Qui mi giunge una seconda considerazione scaturita, dopo che ci si è ritrovati per una cena di saluto (sempre a Manuela), alla conclusione del primo trimestre di quest’anno che porta un po’ tutti a misurarsi in una nuova realtà di operatività congiunta in spazi a volte al limite della sopravvivenza tra „due“ team. Una cena, un momento conviviale in seno alla „mia“ squadra (due posti vuoti segnalano chi purtroppo per questo giro non ha potuto parteciparvi) che ha permesso dopo tre mesi di stemperare stati d‘animo, tensioni e di stare semplicemente insieme e ridere di cuore su episodi, aneddoti d‘aula e di gaffe fatte.

Ho osservato come in questo contesto, dopo tre mesi di lavoro a coppie nei corsi TRI alternandosi negli ADoC, chi si è aggiunto nel team proveniente da due altri progetti Labor si sia sentito accolto e parte della squadra: una sorta di team building „informale“ ma che ha permesso di amalgamare diverse persone. Un primo passo per unire!
Come in molte aziende, oggi si festeggia per un nuovo arrivo e poi si brinda per un’altra uscita. Una prassi che si ripete e che porta ogni volta a ri-misurare le convivenze e le relazioni nel suo interno, le tempeste che si generano alla ricerca di un nuovo equilibrio, scompensato da un’uscita.
Come persone, con diverse funzioni e ruoli, vedo poi applicato in pieno l‘effetto del „dilemma del porcospino di Schopenhauer“. Fino a che punto bisogna o si riesce ad avvicinarsi (lo spazio e le esigenze aziendali lo richiedono), per sentirsi a proprio agio e per garantire operatività, lo „stare insieme“ e seguire obiettivi di squadra o generali? Ragionando su questo concetto della prossimità limite, vi sarà sempre un‘autoregolazione delle distanze-vicinanze tra persone, alla continua ricerca di un equilibrio per gestire momenti comuni (progetti inter-team d‘area per esempio) e di sano distacco, perché ognuno deve raggiungere i propri obiettivi operativi e di progetto, proseguendo su quella rotta disegnata dalla Direzione e che ci vede tutti partecipi come unico equipaggio.

Paolo Vendola
Team Leader TRI

TRISTibet 2017 – Un teambuilding per uno stile di conduzione e per conduzioni di stile.

Episodio 1. Il sentiero e il senso dell’accompagnamento e supporto.

Camorino, agosto/settembre 2017 – Sono passate “solo” due settimane da quella giornata sapientemente organizzata dai collaboratori del Team TRIS di Labor Transfer che ha portato uno sparuto gruppo di persone a ritrovarsi insieme nel nucleo di Curzùtt per poi procedere all’attraversata del ponte Tibetano Carasc.
È partita un po’ in sordina, già prima dell’estate, l’idea di un momento di incontro “fuori sede” dove ritrovarsi e stare insieme come team (pensato come team building a tutti gli effetti), anche alla luce del cambiamento e l’inserimento di nuove risorse avvenute nell’interno stesso del team. A questo momento centrato sullo “stare insieme” è seguito poi una riunione efficace, una sorta di incubatore di idee e spunti di riflessione, anche in virtù dei grandi cambiamenti previsti per Labor e per chi opera nel nostro settore a partire già dal 2019.
Molte sono le emozioni e le riflessioni che sono scaturite da questa giornata e che danno un senso e il senso dello stare in un’azienda, del mestiere che svolgiamo al servizio delle persone. In prima battuta mi sembrava più semplice riportare una cronaca della giornata, ma riguardando alcune foto e rivivendo il momento “vissuto” mi par più sensato riportarlo sotto forma di episodi.

Il ponte tibetano Carasc – Curzùtt

Per raggiungere il ponte tibetano partendo da Curzùtt le mappe e i relativi cartelli dei sentieri riportano una camminata “normale” di circa 40 minuti. Dopo una breve colazione all’Ostello, ci siamo incamminati con brio e allegramente come gruppo e tutti insieme: chi con bastoni da trekking, chi ha creato il proprio bastone ricavato da rami, insomma pronti e via!
Ma, già dopo il primo quarto d’ora e in seguito, si è visto prima il gruppo allungarsi e poi la testa del gruppo sparire tra boschi, rampe e salite e proseguire a ritmi diversi. Mi trovavo anch’io in prima battuta in cima, pian piano sempre più in coda (e già aspettavo gli ultimi…!) e poi, improvvisamente, a metà percorso ho sentito venire sempre meno le forze (diciamo che ero appena rientrato dalle vacanze e qualche aperitivo e relax di troppo hanno giocato la loro parte!) e mi sono ritrovato seduto su un tronco a riprendere fiato con mille pensieri per la testa. È stato qui che ho notato come un collaboratore (dalla verve un po’ da sindacalista per la precisione), era lì che aspettava, mi muovevo e ripartiva anche lui fin quando abbiamo ritrovato il gruppo e con mia grande meraviglia ho notato che anche altri collaboratori cercavano supporto e sostegno dai colleghi. Allora qui mi è venuto in mente di come anche nella nostra quotidianità lavorativa è importante poter contare sull’altro, sul collega: sia il chiedere supporto che ricevere supporto all’interno del team anche nel ruolo di team leader. Si può anche procedere a ritmi e modalità diverse ma lo sguardo verso l’altro, l’attenzione e il supporto diventano fondamentali per poter percorrere un sentiero nella stessa direzione. E poi, raggiunta quella meta comune, si può anche sorridere e rilassarsi sapendo di aver condiviso una “fatica comune” per raggiungere lo stesso obiettivo.

Arrivati a questo punto, ecco il dilemma per alcuni, di attraversarlo quel ponte (con una lunghezza di 270 metri, un’altezza di 130 metri sopra il letto del fiume dal fondo valle e con una pendenza di oltre il 20% sulle entrate), ognuno misurato con le proprie paure ancestrali: vuoi per l’altezza, vuoi per il timore del vuoto o dell’instabilità sotto i piedi.
Ed ecco anche qui osservo come ognuno ha poi adottato le proprie strategie per mettersi in gioco e per superare l’ostacolo. C’è chi ha chiuso gli occhi, chi fissava la maglia a righe della collega che la precedeva, chi addirittura “saltellando” per testare la robustezza del ponte. Ma tutti hanno attraversato quel ponte, un ponte che unisce e crea vicinanza e senso comune e di appartenenza proprio perché si è insieme. Si realizza a questo punto che è possibile “sentirsi” parte di un team se capaci di accogliere l’idea e il punto di vista dell’altro, superando la fase tipica della creazione di un team che è quella della conoscenza reciproca e di non sentirsi parte di un team (dove è ancora forte l’aspetto individualistico).

Episodio 2. La camminata della fiducia.

Ed ecco che un po’ per gioco un po’ per sfida propongo a chi se la sente di attraversare il ponte tibetano bendati, ma con il supporto di un collega che, in una prima fase, accompagna il collega e in una seconda fase lo lascia andare dando a voce le istruzioni sui passi da seguire. In questa fase si sono rese volontarie Nicoletta e Lucia accompagnati da Walter e Manuela. È interessante ed eloquente lo sguardo (Mah, chissà se ce la fa?) di chi accompagna ed il sorriso di chi invece si “lascia guidare ”. Questo esercizio ha avuto come obiettivo quello di migliorare il supporto e la fiducia reciproca, migliorare la consapevolezza del rischio nel superare gli ostacoli. Emblematico anche quando mi sono sentito dire: “Dai, porto io il tuo zaino, visto che condividiamo il peso della pianificazione”. Quella fiducia nell’altro sia esso collega o diretto superiore che porta ad operare in un team più armonioso sapendo che “posso contare” sul collega/collaboratore che “posso fidarmi” anche nell’esternare opinioni e/o punti di vista diversi o tematiche “scomode”, senza vivere il primeggiare “tra pari” in un gruppo, ma in un’ottica di confronto con spirito costruttivo. Oppure, dal punto di vista del team leader, di saper delegare (lasciare andare quello zaino di compiti, mansioni) e fidarsi dell’operato dei suoi collaboratori. Entrare nell’idea che vi sono “cose da team” che vanno nella direzione di garantire il benessere dello stesso per essere poi più efficiente ed efficace in una dinamica aziendale che mette poi in relazione diversi gruppi di lavoro.

Episodio 3. Uniti si cresce, da soli si perde forza.

La fase conclusiva del ritorno dal ponte tibetano è stato quello di rilassarsi con una serie di esercizi Yoga proposti da Roberta che vanno nella direzione di “controllare” la respirazione e recuperare un equilibrio interiore oltre che un maggior equilibrio tra un gruppo di persone. Dopo una serie di scricchiolii di ossa e giunture non più abituate ad un certo tipo di movimenti ecco che si inizia a percepire stabilità perché ognuno di noi ricostruisce il suo contatto con quanto ci circonda. Poi si è passati ad un esercizio definito del “guerriero e dell’albero statico” che mette alla prova l’unità e la stabilità, dove ci si è uniti tenendo le braccia sulle spalle del collega vicino per mettere alla prova l’importanza dell’unità e della stabilità di un team.
Uniti a sorreggere il vicino ci si rafforza anche se l’esercizio proponeva di stare in equilibrio su una gamba. La forza dell’unione è evidente perché “sorreggersi” l’un l’altro porta ad una maggiore stabilità. È quanto ci si auspica in un team dove ognuno supporta l’altro per un obiettivo comune.

Episodio 4. Momento conviviale e riunione produttiva.

Ecco che a conclusione di una serie di attività ci si ritrova in modo più sereno e spensierato a condividere una tavolata che porta, tra il serio e il faceto (persino quello di organizzare un “arzillibus” per colleghi “provati” dallo sforzo della camminata), a parlare di quanto vissuto, a discutere sul prossimo futuro in azienda. Discorsi senza essere imbrigliati da “una trattanda”, ma semplicemente esprimendosi con creatività e proattività.
Con questo spirito (e stanchezza aggiungerei!) si è giunti ad affrontare durante la riunione importanti aspetti sui progetti aperti, sulle novità in arrivo in Labor o sul lavoro di sperimentazione dei nostri colleghi di Chiasso, su altre modalità di accompagnamento degli utenti che passano nei nostri spazi. Una modalità diversa di gestire una riunione dove tutti, sentendosi più rilassati e motivati, hanno fatto emergere interessanti spunti di riflessione e di discussione sul tema dell’accompagnamento e del supporto agli utenti nella loro ricerca impiego.

Epilogo. La giornata volge al temine, è tempo di riflessioni.

A conclusione della giornata, ognuno è rientrato a casa, ma ho avuto la sensazione di vedere negli occhi dei collaboratori una luce diversa, un atteggiamento diverso dopo aver condiviso un’esperienza in comune nell’ottica di rinsaldare e creare un vero “spirito di squadra”, di stima e fiducia reciproca. Ognuno, evidentemente, con le sue peculiarità, punti forti e deboli. È emersa una crescita dell’aspetto performante in un team: momento in cui si vede e si percepisce il team pronto a lavorare in futuro in un’atmosfera aperta e fiduciosa, dove ha meno peso la gerarchia e più importanza la flessibilità all’interno del gruppo.
Un’esperienza da condividere e da rivivere sotto ogni punto di vista e aspetto nella logica di una strategia aziendale verso il benessere dei propri collaboratori per dare risalto e maggior senso di appartenenza all’azienda per cui si opera.
Ritengo sia stato un buon esempio di “lavoro di squadra” che ha visto tutti i componenti partecipi e coesi e che ritorna utile all’interno di un’azienda nell’ottica del suo consolidamento che passa da un cambiamento positivo, che auto-apprende e cresce.
Una spinta che (in questo caso) viene dal basso, un cambiamento che se curato va nella direzione del gruppo che diviene leva strategica per la crescita aziendale poiché vede il gruppo di collaboratori con atteggiamento positivo, proattivo e fiducioso nei confronti della leadership e del management. Allora ha senso, come diceva Albert Einstein, che “abbiamo bisogno di nuove riflessioni per affrontare i problemi creati dai vecchi modi di pensare”.

Per questo ben vengano momenti come quello vissuto ed altri ancora di team-building di questa portata o di più ampia dimensione che inducono a cambiare il paradigma della conduzione verso una forma sociale legata alla maggior relazione del singolo e tra i singoli individui all’interno dell’azienda.

Paolo Vendola – Team Leader TRIS (Labor Transfer – Camorino)

La gestione del cambiamento.

Cronaca di alcuni avvenimenti realmente accaduti.
Vicende liberamente ispirate da “Il nostro iceberg si sta sciogliendo” di John Kotter.

Camorino, dicembre 2015 – Eccoci giunti alla fatidica plenaria tra quel del Polo Artico di Camoriceland dove la colonia di pinguini, scende nella “Piazza ghiaccio” e si prepara ad ascoltare, in uno strano clima di gelo singolare, con attenzione le comunicazioni del capo clan Nick. In questo giorno di sole splendente e con le prime indicazioni di un freddo inverno alle porte, il capo clan Nick comunica il suo abbandono della posizione di comando per fare spazio. Una piccola lacrima cristallina appare sul suo volto e subito ghiaccia formando un eterno secondo di un pensiero che non vuole abbandonare Nick. La colonia resta con il fiato sospeso attendendo il boato che tale notizia sta per creare: “Vi lascio per creare uno spazio…, uno spazio che può essere occupato da chi viene dopo di me, da chi può condurvi verso altre mete, verso altri iceberg, verso altre luoghi e altri percorsi senza dimenticarci da dove veniamo e chi siamo”.

Un lungo silenzio sulla colonia.

Un lungo secondo di silenzio colpisce la colonia, già buio in volto e disperato inizia in un pianto senza fine una Pingu coach, subito assistita e consolata da un’altra Pingu coach: bello vedere una grande spontaneità nel supportarsi a vicenda. Già altri Pinguini della comunità sono lì con gli occhi arrossati dalla triste notizia sia tra il gruppo dei Pingu Staff che tra quelli dei reparti produttivi. Nella mente di ognuno, ma soprattutto di chi si è trovato tra il clan dei fondatori e presenti nella colonia da lungo tempo, si rincorrono momenti epici e storici di quest’avventura che dura da due decadi. Pingu Pol, uno tra gli ultimi arrivati ma che già vanta tre stagioni di pesca nel Clan, è lì che osserva incuriosito ma con apprensione, come diversi Pinguini roteano la testa, guardano verso il basso e poi verso l’alto, scuotono il capo nel ricordare, ognuno nel proprio vissuto quanto trascorso in tanti anni. Qualcuno accenna ad un sorriso: forse, ricordando quanto fatto e fatti vissuti insieme con Nick e Frank. E già, c’è anche la partenza di Pingu Frank che si affaccia in piazza. Ecco di nuovo Pingu Nick e Frank a giocherellare come sempre esponendosi al sole per pavoneggiare al meglio il loro manto e il capo privo di piume: elemento di orgoglio e distintivo di tutti i capi del Clan dei pinguini laborini di Camoriceland. Ma prima del commiato, la parola è data anche al vecchio saggio, Pingu Floriano, che aggrappandosi alla logica della sistemica, ricorda a tutta la colonia come si è parte di un grande disegno dove ognuno svolge la propria parte, ognuno è parte importante della colonia, dal pinguino esploratore a chi gestisce la logistica. Una prima indicazione su cosa ci si aspetta nella prossima stagione dall’intera colonia, è raccontata dal membro direttivo il Pingu Sig che, dondolando e roteando le sue ali su nuovi strumenti tecnici, spiega a grandi linee cosa sta succedendo al nostro iceberg, conferma che si sta sciogliendo e che è necessario trovare nuove soluzioni, nuove strade. Un po’ controcorrente rispetto a quanto asserivano i pinguini “No-No” e “Si, ma” che non si arrendevano all’evidenza dello scioglimento del proprio iceberg e non vedevano il cambiamento di buon auspicio partendo dalle considerazioni che il mercato del pesce a cui sono abituati, in fondo, è sempre lo stesso.

La necessità di un cambiamento mentale!

Questo per dare forza e peso alla necessità di un cambiamento mentale che deve portare tutta la comunità a pensare che nuove forme sono possibili, nuove strategie sono individuabili ma tutti devono avere la consapevolezza che in futuro sarà sempre più importante la flessibilità e adattarsi a tutte le condizioni del mare, in tutte le stagioni. Interviene poi, con molta mestizia, anche un altro Pingu fondatore che riporta alla memoria e corre il suo pensiero a Pingu Gio, scomparso recentemente, ma sempre nella memoria dei tanti della colonia che hanno avuto l’onore e il piacere di averlo al proprio fianco durante le tante fasi di pesca, di ricerca di strategie nuove e di nuovi mestieri verso Clan e Pinguini meno fortunati. L’emozione è tanta, la si percepisce nello spazio del “Palazzo di Ghiaccio”, rotto dalle emozioni, Pigu Fla, percorre le storie di vita e di impegni assieme ai Pingu Nick&Frank. La parola, passa a questo punto, con non poca suspense a che dovrà “occupare” tutto questo “spazio” dichiarato dal Capo Clan uscente Nick.

Pingu Ame si presenta.

Ecco dunque si presenta Pingu Ame, come sempre elegante e già sintonizzata con i colori del Clan, quel verde che da sempre lo contraddistingue dalle altre Colonie. Toccherà a lei prendere il testimone da Nick per ri-partire: già alle sue prime parole, tutto lo spazio di Piazza Ghiaccio cala in un silenzio con la speranza sospesa in aria. Speranze che vanno a scaldare gli animi dei membri della colonia ancora presi dallo sconforto e spaventati da quanto raccontato da Pingu Sig (della colonia ClanSup), sui cambiamenti. Ma Pingu Ame, calamita subito tutta la platea perché parte da semplici pensieri che toccano il cuore dei presenti: “Siamo un libro aperto, con una pagina bianca su cui scrivere un nuovo capitolo dello stesso libro, il libro iniziato dal Capoclan Nick con i Saggi”. Le sue parole rassicurano, si vedono già teste muoversi che acconsentono a quanto ascoltano, si percepisce che il cambiamento non solo è una necessità ma è, e sarà, una modalità che toccherà tutta la colonia per le stagioni a venire. Essere consapevoli della mutabilità delle condizioni climatiche e di nuovi iceberg che si potranno sciogliere porta già a capire che essere nomadi in questo mercato del pesce vuol dire affrontare in maniera diversa e nuova i problemi di sempre. Come collocare i futuri pinguini, come pensare al proprio clan e a quello dei vicini? Come si è sempre fatto, restando compatti, rispettando il ruolo di ognuno, trovando nuovi strumenti di pesca e anticipando la ricerca di mari più pescosi passando da rotte sconosciute se sarà il caso. Con questi sentimenti di sfida, di domande aperte, si chiude l’incontro in Piazza Ghiaccio, dove la tensione pian piano si scioglie, lasciando spazio a qualche attimo di distrazione anche in attesa dell’imminente Pingunatale.

Gestire il cambiamento.

Così, mentre si reca in cima alla collina di ghiaccio, anche Pingu Pol detto “Tic” per la sua mania verso le nuove tecniche comunicative controllate con l’energia solare, si ferma a riflettere su quanto ascoltato e osservato. Ed è così che, scrutando l’orizzonte con un sole pallido calante, si chiede su quanto sia difficile gestire un cambiamento e come non ci si abitua mai ad andar via da luoghi e sentieri conosciuti. A volte ci si trova come barche in mezzo al mare, forse si sfiorano ma poi ognuno prosegue per la sua rotta. Ma per le stagioni che si è insieme, l’unico senso è quello di predisporre i compiti e far si che ognuno svolga bene e coordinato la propria parte. Mentre rientra, osserva i primi fiocchi di neve coprire le tracce del percorso appena fatto, anche questo sta forse a significare che bisogna cambiare percorso? Che forse è necessario sperimentare nuovi sentieri? Ma questa è un’altra storia, anzi è un nuovo capitolo della stessa storia raccontata dai Pinguini laborini di Camoriceland.

Paolo Vendola – Labor Transfer, Camorino

Assemblea Generale ACFE 2014. Centro Familiare di Berna, quale futuro?

Centro Familiare di Berna, quale futuro?

Assemblea generale dell’associazione, presentazione delle attività 2014 e del nuovo mandato di progetto e attività del Direttivo.

Berna, febbraio  2014 – Si è tenuto a Berna, lo scorso sabato 22 febbraio, nella Sala Scalabrini, presso la MCI, l’assemblea generale ordinaria dell’associazione ACFE (Associazione Centro Familiare Emigrati), ente che vanta una presenza più che trentennale nel territorio bernese e dintorni, cooperando attivamente con la MCI di Berna e di Bienne. Ha aperto i lavori dell’assemblea, la Presidente uscente dell’ACFE, dott.ssa Anna Pompei-Rüdeberg che ha presentato gli ospiti presenti in sala non senza richiamare alla memoria dei presenti la recente scomparsa di Emirano Colombo colonna portante della stessa associazione e per tradizione Presidente di giornata in momenti come quello trascorso.

La parola è poi passata alla prof.ssa Ilia Bestetti Izar nominata Presidente di giornata per coordinare e condurre i lavori ed ha iniziato dai saluti pervenuti da quanti non hanno potuto prendere parte all’assemblea. La dott.ssa Fiammetta Acernese si è offerta ed è stata eletta quale verbalista d’eccezione. Tra i presenti, vi era anche il missionario della MCI di Berna, P. Enrico Romanò (attuale membro del comitato ACFE), la dott.ssa Gerda Hauck, membro della Kleiner Kirchernrat (KKR) di Berna. La signora Hauck, insieme alla dott.ssa Rüdeberg, Antonio Perissinnotto e a Padre Pino Cervini (Missionario a Soletta e coordinatore zonale dei missionari delle MCI della regione Berna-Giura bernese), fa parte del Gruppo di lavoro della Chiesa cattolica svizzera: gruppo molto attivo e attento alle problematiche dell’emigrazione e dell’integrazione dei cantoni di Berna/Soletta.

La relazione della Presidente e i punti salienti delle attività svolte. Dopo la parte formale sulla relazione amministrativa e della tenuta contabile dell’associazione, si è proceduto all’ammissione dei sei nuovi soci, alla nomina dei membri del Comitato Direttivo (Padre Pino Cervini, Padre Enrico Romanò, Umberto Castra, Antonio Perissinotto, Alex Widmer e nuovamente elette la dott.ssa Silvia Colombo Remund e la prof.ssa Ilia Bestetti Izar) e all’elezione del Presidente: all’unanimità è stata rieletta la dott.ssa Anna Pompei-Rüdeberg. Si è dato ampio spazio alla relazione della Presidente dell’ACFE che ha fatto un excursus sulle attività svolte dal centro e sull’importanza di proseguire le attività anche con l’attivazione di progetti specifici che toccano da vicino le tematiche portate avanti dal Centro Familiare sulla sofferenza e solitudine uomo/donna nella famiglia: tutto ciò sullo sfondo di una domanda essenziale sul futuro del Centro Familiare dopo la sospensione dei contributi; nonostante si sia passato dalle 350 consulenze del 2009 a oltre 530 nel 2013.

La questione dei contributi e delle attività. Quello dei contributi e del finanziamento della stessa sede associativa è stato elemento predominante dell’intero dibattito con la discussione di alcune ipotesi concrete a sostegno del lavoro e della presenza futura del Centro Familiare. Molti hanno ricordato come il Centro Familiare già in passato è stato all’avanguardia con la promozione della scuola per i genitori, con i corsi sulla bioetica, dell’assistenza e della qualità di vita dei nostri anziani, per non parlare del sostegno morale dato a molte e tante famiglie in difficoltà. La dott.ssa Angela Carlucci, Presidente dell’ADISPO, ha ricordato l’importanza di fare appello ad altre associazioni per far conoscere il lavoro svolto dal Centro Familiare e, inoltre, si è messa a disposizione attivandosi per il fundraising verificando dove e come reperire fondi a sostegno delle attività del Centro oltre che a supporto per la copertura dei costi fissi. Anche l’avvocato Vincenzo Amberg, collaboratore volontario del Centro Familiare, nel suo intervento a sostegno del lavoro del Centro ha ricordato un proverbio tedesco dicendo che Dove c’è volontà c’è anche una strada” (Wo ein Wille ist, ist auch ein Weg).

Il vero senso del volontariato. Insomma è quel “volere è potere” se inteso come volontà di un gruppo di persone che crede in questo lavoro di volontariato a supporto dei più deboli, di coloro i quali vivono situazioni di fragilità psico-emozionale e che non hanno possibilità, anche per difficoltà linguistiche, di rivolgersi presso enti cittadini preposti al sostegno e/o alla consulenza personale. A più ripresa si è paragonato il lavoro del Centro Familiare come a quella di una candela che deve essere alimentata e mantenuta accesa per dare una speranza a quanti cercano la solidarietà, una voce amica ma anche un vero e proprio sostegno psicologico da parte di esperti del campo. In questo lavoro di supporto e collaborazione tra MCI e associazioni di volontari, come l’ACFE, cito Sofocle quando affermava che “L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Ed è proprio quel prossimo più vicino a noi, il più debole o l’emarginato e lo stesso migrante, che è posto al centro dell’attenzione degli operatori del Centro Familiare che, con il proprio tempo libero, contribuiscono con la propria volontà a mantenere vivo e percorribile il sentiero della solidarietà.

Paolo Vendola

Progetto LUI e la famiglia

Progetto LUI e la famiglia dell’associazione ACFE e ADISPO di Berna.

Assemblea generale dell’associazione, presentazione delle attività 2013 e del particolare progetto del Centro sulla conciliazione famiglia-lavoro presentato all’UFU (Ufficio Federale per l’Uguaglianza fra la donna e l’uomo).

Berna, maggio 2013 – Si è tenuto a Berna, lo scorso sabato 4 maggio, presso la MCI, l’assemblea generale ordinaria dell’associazione ACFE (Associazione Centro Familiare Emigrati), ente che vanta una presenza più che trentennale nel territorio bernese e dintorni. Ha aperto i lavori dell’assemblea, la Presidente dell’ACFE, dott.ssa Anna Pompei-Rüdeberg che ha presentato gli ospiti presenti in sala. Il dott. Zampini, responsabile degli affari sociali dell’ambasciata italiana, ha portato i saluti dell’ambasciatore dott.ssa Carla Zuppetti. Presente alla riunione anche la dott.ssa Gerda Hauck, membro della Kleiner Kirchernrat (KKR) di Berna. La signora Hauck, insieme alla dott.ssa Rüdeberg e a Padre Pino Cervini (Missionario a Soletta e coordinatore zonale dei missionari delle MCI della regione Berna-Giura bernese) fanno parte del “Gruppo di lavoro della Chiesa cattolica svizzera”: gruppo molto attivo e attento alle problematiche dell’emigrazione e dell’integrazione dei cantoni di Berna/Soletta.Tra i presenti, vi erano anche il missionario della MCI di Berna, P. Enrico Romanò (attuale membro del comitato ACFE) e Padre Enzo Moretto che per molti anni è stato anche membro del Comitato.
Presentazione delle attività ACFE. Dopo la parte formale sulla relazione amministrativa e della tenuta contabile dell’associazione, si è dato ampio spazio alla relazione della Presidente dell’ACFE che ha fatto un excursus sulle attività svolte dal centro e sull’importanza di proseguire le attività anche con l’attivazione di progetti specifici che toccano da vicino le tematiche del centro. Difatti, grazie all’esperienza più che decennale dell’associazione, si è voluto intraprendere un progetto di conciliazione famiglia-lavoro denominato “LUI e la famiglia” presentato all’UFU (Ufficio federale per l’Uguaglianza fra la donna e l’uomo) per l’ottenimento di un sostegno finanziario per l’esecuzione dello stesso. L’idea che sta alla base del progetto, è quello di sviluppare un percorso di sostegno atto a riequilibrare il disagio identitario, soprattutto degli uomini, di fronte alla necessità di una conciliazione tra la vita familiare e quella professionale. Lo stesso, difatti, anche se ben integrato nella società e nel mondo del lavoro, si trova spesso in una situazione di fragilità psico-emozionale.
Un’associazione attenta alle problematiche del territorio. Sulla base delle esperienze maturate nell’ACFE e delle testimonianze raccolte anche dall’associazione ADISPO sulle pari opportunità e sulla possibile conciliazione, il team di progetto ha sviluppato un’offerta formativa e di consulenza per uomini che intendono lavorare a tempo parziale conciliando al meglio la famiglia con il lavoro. Il lavoro svolto dall’ACFE e che ancora svolge in concertazione con la MCI, ben si avvicina alle tematiche del progetto perché va ad integrarsi e si integra con le attività delle strutture locali, inoltre interviene in quella fascia di popolazione di origine italiana che chiede supporto/assistenza alle realtà missionarie. Sviluppare un progetto di questo tipo, vuol dire mettere in rete le Missioni, le autorità svizzere locali che mettono al centro e sono sensibili alle tematiche della sofferenza e della solitudine uomo/donna nella famiglia. La stessa dott.ssa Hauck ha ribadito la volontà di sostegno all’ACFE, anche da un punto di vista finanziario, di fronte a questa forte intenzione di restare ancorati nel territorio con il supporto delle MCI. Lo stesso Padre Pino Cervini di Soletta ha sottolineato quest’aspetto ribadendo che è d’accordo a contribuire validamente all’ACFE perché, afferma: “Non dobbiamo essere missionari unicamente sul territorio ma anche dentro le nostre Chiese”.
Solidarietà e volontariato. Di fronte a questo bell’esempio di solidarietà tra MCI e associazioni di volontari, come l’ACFE, mi è venuto in mente una citazione del Beato G. B. Scalabrini che diceva: “Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente, portati dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali e più di tutti emigra l’uomo…”. Questo il senso profondo di quanti operando nel sociale, nel sostegno ai più deboli e dei migranti, nella volontà di aiutare a conciliare lavoro e famiglia mettono a disposizione il proprio tempo per riaffermare l’importanza della solidarietà che passa da un concreto sostegno anche attraverso l’ausilio di strutture organizzate nel territorio.                                                          

Paolo Vendola

Italia sì, Italia no… e riconferma di Napolitano.

Italia sì, Italia no… e riconferma di Napolitano.

Le incredibili alternanze dopo più di cinquanta giorni dalle elezioni politiche, dove tutto è immobile e si risolve con il secondo mandato di Napolitano come Presidente della Repubblica.

Winterthur, aprile 2013 – Eccoci in questi giorni alle prese con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica Italiana a cinquanta giorni dalla campagna elettorale che non ha ancora prodotto nessun Governo in grado di guidare l’Italia e farla risollevare dalla gravissima situazione in cui versa e dove è evidente e sotto gli occhi di tutti il fallimento dei nostri politici.
L’impasse in cui versa l’Italia è culminata con la ricandidatura di Giorgio Napolitano (87 anni) alla Presidenza della Repubblica chiamato a gran voce da tutti come garante istituzionale di fronte ad un fallimento politico di coloro i quali sono stati eletti a rappresentarci nelle istituzioni del nostro Paese per ri-costruire un futuro credibile e generare stabilità all’interno e all’esterno dei confini nazionali.

Disfacimento economico e crisi politica. Di fronte al disfacimento economico e sociale cui versa il nostro Paese, l’attuale classe politica è stata in grado solo di replicare lo status quo. In molti hanno gridato al golpe: si può ben immaginare il perché. Molti cittadini chiedevano il cambiamento. Cambiamento che è già avvenuto in Italia e all’estero con l’elezione di tanti volti nuovi “puliti” alle ultime elezioni politiche, ma non ancora sufficiente di fronte a quanti “non mollano” la propria poltrona e contro il cambiamento di chi si propone con idee nuove per contrastare il vecchio che ha portato l’Italia alla deriva.
Si è venuta a creare una gran confusione anche tra le stesse coalizioni e mentre mi veniva in mente la canzone “Italia sì, Italia no…, quello sì, quello no…” ho visto accadere di tutto di fronte ad ogni bocciatura di nomi di tutto rispetto e, come tanti cittadini, anch’io non mi spiego del muro creato dal segretario (uscente) del PD verso la candidatura di Stefano Rodotà preferito anche da molti grandi elettori del PD stesso e liberamente scelto da molti cittadini durante le “Quirinarie” passate nella rete dei social network.
Un garante delle istituzioni. Così tocca ora al Presidente Napolitano fare da garante delle istituzioni e conciliare le varie forze politiche per il bene del Paese, sperando che non si venga a creare una sorta di “effetto bunker” in cui si asserraglieranno i tanti della vecchia nomenklatura e della partitocrazia, ma che, immagino, da ora in poi sarà assediato dai cittadini comuni sperando comunque che continui a prevalere la non violenza e il buon senso al di là degli schieramenti.
Dopo la rielezione di Napolitano, molti cittadini hanno dimostrato buon senso e durante le manifestazioni davanti a Montecitorio cui hanno partecipato anche molti elettori del PD hanno protestato in maniera composta. Quasi a voler dimostrare che di fronte allo sfascio delle istituzioni vi è molto senso dello Stato da parte della maggioranza degli italiani, da parte di normali cittadini esasperati della recessione economica e dei disagi sempre più crescenti per intere famiglie.
La speranza per un cambiamento. La speranza, volendo essere ottimisti, è che non si crei un esecutivo composto da quanti hanno negato ogni forma di cambiamento ma che inneggiano alle “larghe intese” per salvare il nostro Paese affinché “tutto cambi, perché nulla cambi…” di gattopardesca memoria che non lascia presagire nulla di buono per il nostro Paese e, quasi a dire, che purtroppo il peggio deve ancora venire.
Credo che la vera speranza e la grande novità del domani sarà proprio quel tam-tam di cittadini che, attraverso la rete dei social network, tenga alta l’attenzione delle persone comuni verso le istituzioni ed i politici perché, come diceva Mahatma Ghandi: “Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”. Ricordiamocene tutti che, questo grand’uomo, con la non violenza ha liberato un Paese, e il cambiamento nella nostra Italia può e deve passare nel tenere alta l’attenzione verso chi ci rappresenta nelle istituzioni con una partecipazione critica più che mai importante a garanzia della vita democratica del nostro Paese.

Paolo Vendola

Verso il voto 2013. L’importante arma del voto.

Verso il voto 2013. L’importante arma del voto.

Si avvicina l’importante impegno politico-istituzionale italiano per il rinnovo dei due rami del Parlamento – la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica che si terranno a febbraio prossimo.

 Winterthur, gennaio 2013 –A seguito dello scioglimento anticipato delle Camere avvenuto il 22 dicembre 2012, quattro mesi prima della conclusione naturale della legislatura, si terranno in Italia e nella Circoscrizione estera le elezioni politiche italiane per il rinnovo dei due rami del Parlamento, quello della Camera dei deputati e il Senato della Repubblica fissata per l’Italia il 24 e 25 febbraio. Per gli elettori residenti all’estero i rispettivi Consolati invieranno entro il 6 febbraio un plico con il certificato elettorale da rispedire allo stesso ufficio consolare entro il 21 febbraio.

Questo è quanto apprendiamo sentendo le notizie stampa o seguendo i canali televisivi della “nostra” vicina Italia tra uno spettacolo di fine anno e auspici “beneauguranti” dell’anno nuovo appena iniziato. Saremo coinvolti, nostro malgrado, in quella kermesse politica che ha suscitato e suscita ancora tanti scandali che danno una percezione strana dell’Italia agli occhi e alle orecchie di altri cittadini europei, inclusi gli svizzeri che sono i nostri più stretti vicini poiché operiamo e viviamo in questo Paese.
Sentendo però quanti vivono e operano in Italia e che per le ferie natalizie sono venuti alle nostre latitudini, si percepisce fortemente il disagio di chi si sente tradito dai partiti e da chi li rappresenta.
L’antipolitica e l’anti-casta. Quando si parla di rischio di alimentare l’antipolitica (o l’anti-casta), non dobbiamo dimenticare l’origine del male. Se pensiamo che agli scandali che hanno coinvolto tutti i gruppi politici (nessuno escluso) si è andato ad aggiungere, in Italia, un crescente distacco dalla base che porta a un declino della partecipazione alle urne degli aventi diritto al voto. Questo perché anche gli elettori storicamente più convinti, non si riconoscono più in chi li dovrebbe rappresentare o semplicemente stanchi di vedere sempre le stesse facce al potere. Questo fenomeno diffuso è anche riconducibile alla ridotta fiducia dei cittadini verso le forze politiche e persino verso le istituzioni democratiche, vuoi per l’accusa di corruzione generalizzata rivolta a tutta la classe politica, vuoi anche per il forte senso d’impotenza delle forze politiche di fronte al dilagare di un certo modo di operare non rispettoso del bene comune ed incapace di modificare e scardinare l’appartenenza, appunto, ad una sorta di casta dei soliti noti. 
Alleanze politiche. Iniziamo a sentir parlare di alleanze, di strategie elettorali in Italia e all’estero per battere quella o l’altra coalizione che ha ridotto l’Italia nelle condizioni in cui si trova, si sente parlare di confluire in una “Grosse Koalition” (si prendono a prestito persino termini germanofoni) per rafforzare al centro la stabilità del governo nascente. Questo, almeno, è quanto si legge. Se così fosse, se tutto fosse già scritto, pensato, con gli “eletti” già autolegittimati e autocandidati resta solo da chiedersi in cosa sia sovrano il popolo se non può neppure scegliere chi candidare. Nonostante un quadro generale di populismo e antipolitica visti come i mali della stagione in corso, a elezioni ormai prossime non si può correre il rischio di non esercitare il proprio diritto e dovere di voto che resta lo strumento democratico del cambiamento.
I giorni del rischio. Questo soprattutto in un periodo di ritorno di quelli che David Maria Turoldo (religioso e poeta italiano dell’Ordine dei Servi di Maria) chiamava “i giorni del rischio”. Soprattutto quando il rischio assume il volto e i lineamenti di quella maschera emotiva e mediatica di fuga dal voto come elemento di protesta. Invece, il voto, resta ancora la via maestra per la definizione della rappresentanza democratica ed evitare il serio rischio di ritrovarsi coloro che comunque saranno eletti senza la dovuta rappresentanza popolare e incapaci di far fronte alla pesante crisi in cui versa il nostro Paese. 
L’arma del voto. Quindi, oggi, è importante e doveroso attivarsi anche contro il non voto. Dirlo in tempo utile è il primo passo. Farlo sapere, tramite la rete associativa e/o di conoscenti, è il secondo. Forse alle nostre latitudini, tutto questo è meno sentito – anche se inizieranno i balletti di quanti si sentiranno legittimati a rappresentarci dall’estero – ma più che mai, oggi, è necessario un attivismo che alimenti una catena informativa verso quella generazione distante da questo modo di far politica, ricordando che senza questa partecipazione critica, l’odierna democrazia non riuscirebbe né a esistere né a essere cambiata.

Paolo Vendola

La saggezza d’argento.

La saggezza d’argento.

Filosofia di vita e psicologia della salute per una attiva terza età. L’UNITRE Berna-Bienne a colloquio con gli autori del libro, gli psicologi Dott. Peirone e Dott.ssa Gerardi.

Berna, 1° novembre 2012 – Lo scorso giovedì, a Berna si è tenuto il primo dei quattro incontri con gli psicologi psicoterapeuti, Luciano Peirone ed Elena Gerardi invitati, nell’ambito di un evento federale UNITRE, dalla Presidente dell’UNITRE di Berna-Bienne, dott.ssa Anna Rüdeberg, a parlare del loro ultimo libro “La saggezza d’argento” nonché a scambiare pareri e “dare” qualche consiglio ed un nuovo approccio, una nuova filosofia di vita per una sana e attiva terza età.

  La serata è stata introdotta dalla prof.ssa Ilia Bestetti Izar (Direttrice dei corsi Unitre di Berna)portavoce dei saluti della Presidente dell’UNITRE italiana, Irma Maria Re, che ha concluso dicendo: ”Dobbiamo aggiungere vita agli anni e non anni alla vita” dando poi la parola ai relatori. Questa conferenza, infatti, capita proprio nell’anno europeo “Dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni 2012“ (European Year for Active Ageing and Solidarity between Generations 2012 – EY2012) e il testo prodotto dagli autori entra in uno dei programmi europei denominato “Progetto Ánthrōpos”. Gli autori fanno un breve excursus proprio sull’UNITRE che dopo essere stata fondata a Tolosa nel 1973 ha visto poi la prima realizzazione a Torino nel 1975 e che conta oggi più di 5000 studenti con oltre 160 corsi e 180 docenti da gestire. Oggi, l’UNITRE è la quinta università popolare nel mondo dopo quella di Pechino, di Lione e altre, oggi è diffusa anche in Svizzera e in Sud America a Buenos Aires.

Una nuova longevità. Siamo di fronte ad una “nuova longevità”, come ha ben spiegato il dott. Peirone, se pensiamo che oggi la vita media per le persone è di 81 anni per gli uomini e 87 per le donne, detta in una battuta che rende l’idea dell’allungamento del ciclo della vita: “Le donne invecchiano e gli uomini muoiono”!
Solo nel ‘800 il ciclo di vita medio era di 45-50 anni, oggi è praticamente raddoppiato, ecco allora la domanda che si pongono i relatori: “Cosa ne facciamo di questo ulteriore tempo?” Di certo non può essere sprecato e gli organi hanno bisogno di essere “attivi” ed essere attivi nella società di oggi. Infatti, secondo le statistiche, la fascia d’età dai 60-75 anni detta appunto “la terza età”, rappresenta oggi il 24% della popolazione più di quanti sono nella così detta “seconda età” che, di fatto, rappresenta la fascia della popolazione attiva che produce reddito e lavora. 
Ecco allora il senso del testo degli autori Peirone-Gerardi, colleghi di lavoro e coniugi nella vita privata, con il titolo “La saggezza d’argento” visto come filosofia di vita e psicologia della salute per un’attiva terza età. Testo stilato secondo il metodo del “decalogo” che, attraverso aforismi, massime e riflessioni, fornisce una sorta di “linee guida per tutti” in funzione del tempo che passa e dell’avvicinarsi alla vecchiaia e a una sana e consapevole “terza età”. Solo qualche decennio fa il termine anziano era sinonimo di “vecchio, bacucco, solo, malato non autosufficiente” insomma carico di connotazioni negative. Da questo, oggi, si sente sempre più il termine “senior” che rappresenta l’anziano sano, motivato, informato, attivo e protagonista: insomma un ex-anziano ma con un atteggiamento positivo verso la vita con una nuova forma mentis; mentre l’anziano cerca di sopravvivere, il senior invece vive il quotidiano arricchito da una saggezza antica, maturata con l’esperienza.

Saper invecchiare. Come vivere, allora, un tempo sereno quando l’età del corpo conta meno dell’età della mente e dell’anima? Secondo Peirone e Gerardi con la pre-venzione che diventa la parola chiave della psicologia della salute; così come la “pre-parazione” aiuta ad anticipare il male, a prepararsi, a pro-gettare trovandosi in una situazione di continua ricerca di adattamento ed equilibrio. In tal senso allora, la cultura diventa un investimento per la terza età (più cultura vuol dire più salute) e non si può rinunciare, così come non può rinunciare la nostra società che passa inevitabilmente “imparando” anche dall’esperienza degli anziani. Vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre” con questa massima di Mahatma Gandhi, concludono i nostri relatori ricordando che oggi è importante la cultura dell’”art of ageing” determinante per costruire la “seniorship” cioè la capacità di attivare, formare l’anziano ad essere un soggetto motivato e attivo fisicamente, mentalmente e soprattutto culturalmente. Quindi soggetto sensibilizzato e ancora padrone della propria condizione esistenziale, culturalmente padrone della propria vita psicofisica.
Spesso, mi sovviene alla mente, l’immagine di mio nonno con il volto segnato dal tempo e dalla fatica e che io definivo “vecchia quercia”, proprio perché esempio significativo di come ci si irrobustisce attraversando le stagioni della vita. Quindi, ciascuno di noi può contribuire, iniziando dalla propria giovinezza, alla realizzazione di una cultura della vecchiaia essendo un po’ tutti come la “vecchia quercia che con la sua solidità sorride al tempo che scorre e, fiduciosa, attende le nuove primavere della vita arricchendosi di saggezza, appunto, anche di quella d’argento.

Paolo Vendola